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Chiesa di San Lorenzo in Damaso - Roma

 

La facciata del maestoso Palazzo della Cancelleria dall’eccezionale sviluppo orizzontale definisce con il suo rigoroso disegno l’immensa mole di questo che è forse il più bell’edificio di fine Quattrocento a Roma.

La severa euritmia di questo fronte architettonico, la cui superficie interamente di travertino è trattata a bugnato liscio, affascina e cattura lo sguardo dell’osservatore incantato dalle sue linee purissime, tipiche del Rinascimento. L’elegante intelaiatura delle lesene dai capitelli compositi inquadrano le altrettanto eleganti finestre centinate dai clipei con la rosa araldica dei Riario, antichi proprietari del Palazzo.

All’interno il leggerissimo, raffinato e armonico cortile, riecheggiante le forme del celeberrimo cortile del Palazzo d’Urbino, si mostra in tutta la sua bellezza: in questo amplissimo spazio trasformato in cavea si svolgevano le rappresentazioni organizzate dall’Accademia romana di Pomponio Leto, di cui Raffaele Riario era il munifico protettore. Qui fu allestita, nell’ultimo decennio del Quattrocento anche l’Ippolito di Seneca.

È questo lo scrigno prezioso che cela e custodisce una chiesa che può essere annoverata tra quelle “nascoste” di Roma. Questo imponente palazzo fa da facciata e particolarissimo “contenitore” a S. Lorenzo in Damaso.

Fu papa Damaso I, nel 380, a volere edificare in questo luogo una chiesa dedicata al martire romano Lorenzo. Di questa chiesa primitiva, a cui erano annessi gli archivi apostolici e una raccolta di libri sacri, si sono rinvenute importanti tracce durante una campagna di scavi condotta nel 1988-92 nel cortile della Cancelleria.

Si è compresa allora la reale antica ubicazione della chiesa che era parallela all’attuale ma spostata più a sud e sempre con l’ingresso sulla piazza.

L’edificio originario fu nel tempo restaurato più volte fino a che negli anni ottanta del ‘400 fu interamente demolito e riedificato per volere del cardinale Raffaele Riario nipote di papa Sisto IV. L’alto prelato aveva infatti deciso di innalzare in questo luogo la propria dimora che desiderava fosse per imponenza e grandezza la più bella di Roma.

Perciò il nuovo tempio laurenziano fu ricostruito, inglobandolo, all’interno del Palazzo Riario riprendendone le linee originarie.

Così come il Palazzo anche la chiesa presenta tuttora notevoli quesiti circa l’attribuzione del suo autore. La tradizione ritiene il Bramante suo probabile progettista, tenuto anche conto della testimonianza vasariana. Ma non sono mancati dubbi circa tale paternità, tuttora molto controversa, per cui altri autorevoli nomi sono stati proposti tra cui Antonio da Sangallo il Vecchio e Baccio Pontelli. Molti studiosi inoltre ritengono che sia la chiesa che il Palazzo siano il risultato di più di un artefice.

Quando il Palazzo fu donato dal cardinale Riario alla Chiesa divenne sede della Cancelleria Apostolica, fin dal 1517 importante magistratura ecclesiastica.

La chiesa di S. Lorenzo in Damaso divenne così il titolo dei cardinali che ricoprivano nello Stato Pontificio il ruolo prestigioso di vicecancelliere.

Quindi nel tempo questa importante basilica divenne luogo privilegiato d’interventi di notevole valore artistico sollecitati da autorevoli personaggi come i cardinali Alessandro Farnese, che nel nono decennio del Cinquecento commissionò ai più rinomati pittori del tardo manierismo romano come il Cavalier d’Arpino, Nicolò Circignani e Giovanni de’ Vecchi un vasto ciclo di affreschi – oggi interamente perduto – che decorava le pareti della navata centrale e della controfacciata; e Francesco Barberini, che nel 1638-40 incaricò Gian Lorenzo Bernini di porre mano alla zona presbiteriale per creare l’abside e la confessione.

Durante l’occupazione francese del 1799 la chiesa fu addirittura adibita a scuderia per essere poi abbandonata, perché pericolante, l’anno dopo.

Nel 1807 fu affidato il suo restauro a Giuseppe Valadier che mise in atto una radicale trasformazione dell’edificio interrotta peraltro nel 1813 da una nuova occupazione francese. All’ultima fase del ripristino (1816-1820) si dedicò Gaspare Salvi.

Pio IX volle ritornare alle antiche forme della chiesa rinascimentale per cui l’architetto Virginio Vespignani, che ebbe l’incarico dei nuovi lavori, eliminò quasi del tutto gli interventi precedenti di Bernini e Valadier. L’incendio del 31 dicembre del 1939 determinò infine la ricostruzione completa del soffitto andato interamente distrutto.

Il portale a destra – decentrato rispetto al fronte della costruzione –, opera cinquecentesca di Jacopo Barozzi detto il Vignola,  introduce nella chiesa.

Ci si trova immediatamente in un doppio portico interno, ad arcate su pilastri, con volte a crociera, che si sviluppa nelle due navate laterali di cui solo la destra è provvista di cappelle.

Posto lungo la parete immediatamente a destra dell’ingresso si trova il monumento funebre di Alessandro Valtrini, cubiculario di papa Urbano VIII, realizzato nel 1639 su disegno di Gian Lorenzo Bernini. Prenotazione alberghi hotel Roma

La cappella che nel 1741 divenne patronato del cardinale titolare Tommaso Ruffo –che ne aveva affidato al ristrutturazione all’architetto Nicola Salvi autore della fastosa decorazione con incrostazioni marmoree e lo stemma della famiglia Ruffo sul pavimento – è dedicata a San Nicola e si apre all’estremità destra della prima nave traversa.

Ai primi del Cinquecento questa cappella era stata affidata dal cardinale Riario alla Compagnia che raccoglieva i commercianti fiamminghi residenti a Roma. Sull’altare domina l’intero spazio la pala dai toni maratteschi che raffigura la Vergine col Bambino e i Ss. Filippo Neri e Nicola ascrivibile a Sebastiano Conca e databile al 1743. Sulla volta il tondo con l’Apparizione dell’Eterno a San Nicola e nei pennacchi le quattro figure allegoriche sono opera a fresco, eseguita nello stesso 1743, da Corrado Giaquinto sensibile e raffinato decoratore. Il fonte battesimale fu donato nel 1706 dal cardinale Ottoboni.

Proviene dalla cappella dedicata al Sacro Cuore la statua di San Carlo Borromeo in vesti episcopali addossata al pilastro che separa la seconda nave traversa dal corpo centrale della chiesa: questa bella scultura è opera di Stefano Maderno lo straordinario autore della statua di Santa Cecilia posta nella basilica omonima in Trastevere.

Accanto alla cappella Ruffo sovrasta uno splendido portale della fine del XV secolo in marmo scolpito a decorazioni floreali una lunetta con Angeli cantanti e musicanti, frammento superstite della più ampia composizione che il Cavalier d’Arpino aveva realizzato sul fondo delle navate laterali.

La Cappella del Crocifisso o del Coro, appartenuta alla nobile famiglia Massimo, si presenta di straordinaria ampiezza perché è il risultato dell’accorpamento avvenuto nel 1582 di tre piccole cappelle; il suo aspetto attuale è comunque dovuto al rifacimento del XVIII secolo. Al suo interno è conservato sull’altare – caratterizzato da una ricca decorazione floreale a intarsio di pietre dure del 1758 dovuta a Gian Domenico Navone – un grande Crocifisso ligneo di scuola romana della fine del XIV secolo d’intensa espressività proveniente  dall’antica basilica damasiana.

All’esterno della cappella due monumenti funebri ottocenteschi di personaggi della famiglia Massimo.

La cappella del Sacro Cuore fu realizzata dove era l’antico ingresso della chiesa e fu data nel 1615 in patronato a Cesare Melotto che volle dedicarla al vescovo milanese San Carlo Borromeo da poco canonizzato. Nel 1820 la cappella fu ingrandita e affidata alla Compagnia del Sacro Cuore di Gesù da cui prese il nome. Un’opera di Pietro Gagliardi raffigurante il Sacro Cuore tra gli angeli ne decora l’altare, mentre le pareti del piccolo ambiente riportano negli affreschi episodi riferenti la fondazione della Compagnia.

All’esterno della cappella, opera di Pietro Tenerani, il monumento funebre a Pellegrino Rossi, primo ministro di Pio IX, che fu assassinato il 15 novembre 1848 sullo scalone  del palazzo della Cancelleria.

La zona absidale si presenta nelle forme di gusto ottocentesco che Virginio Vespignani le ha dato nel corso della sua opera di ristrutturazione: alla sua ideazione è dovuto anche il ciborio dalle linee massicce dotato di colonne in alabastro e cupola dorata. Rimane dell’antica chiesa solo l’imponente pala d’altare con l’Incoronazione della Vergine con i Santi Lorenzo, Damaso, Pietro e Paolo, un dipinto eseguito da Federico Zuccari su lastre di lavagna. Quest’opera era stata in un primo momento commissionata dal cardinale Farnese a Taddeo Zuccari, ma a causa della sua morte fu eseguita, dopo il 1566, dal più giovane fratello Federico.

Nei tre tondi del catino absidale compaiono le tre figure della Fede, Speranza e Carità, realizzate sempre nell’Ottocento da Francesco Grandi.

Anche gli affreschi con le Storie di San Lorenzo che ricoprono le pareti della navata centrale e della controfacciata sono stati realizzati nell’Ottocento da Luigi Fontana in sostituzione del ciclo pittorico farnesiano, di cui si è accennato più sopra, che si presentava già nel XVIII secolo molto deteriorato.

La Cappella della Concezione si trova all’estremità della navata sinistra: affidata dal cardinale Riario alla Compagnia della Concezione, perse completamente il suo aspetto originario nel corso dei lavori di riconfigurazione dell’apparato decorativo diretti da Pietro da Cortona nel 1634-35. Dell’intervento del celebre artista, che comprendeva anche un affresco sulla volta raffigurante l’Eterno, i restauri ottocenteschi (una lapide ai piedi dell’altare li rammenta con la data del 1859) hanno conservato solo i costoloni che partono dai quattro pilastri e la cornice della volta sostenuta da angeli in stucco.

L’icona che si trova sull’altare è un’opera romana dell’ultimo quarto del XIII secolo: è un’immagine-reliquiario che in un piccolo ovato di legno posto all’altezza del cuore della Vergine conserva le reliquie di alcuni santi.

Indicata erroneamente come Madonna di Grottapinta si trovava nella chiesa di San Salvatore ad Arco in piazza Campo de’ Fiori prima di essere trasportata qui nel 1494.

La navata sinistra, che come detto precedentemente è priva di cappelle, presenta molte lapidi commemorative e monumenti sepolcrali tra i quali va notato quello realizzato nel 1567 da Giovan Antonio Dosio per Annibal Caro l’illustre umanista della corte farnesiana autore di una celeberrima traduzione dell’Eneide.

All’estremità sinistra della prima navata traversa la cappella del Sacramento compare con l’attuale aspetto dopo una storia di successive modificazioni avvenute nel corso del tempo. Nel 1507 il cardinale Riario l’aveva concessa alla Confraternita del Santissimo Sacramento e delle Cinque Piaghe; negli anni trenta del Settecento il cardinale Pietro Ottoboni la fece ristrutturare per realizzarvi la propria sepoltura.

Gli affreschi di Andrea Casali risalgono  a questo periodo: nella volta l’artista, allievo di Sebastiano Conca, dipinse il Sacrificio incruento, un’allegoria biblica, e nei pennacchi gli Angeli. Sull’altare il ciborio dorato porta ancora il nome del cardinale.

Nuovamente poi alla fine del secondo decennio del XIX secolo Valadier ne modificò la balaustra e l’altare. Su quest’ultimo dal 1818 si trova l’Ultima cena, una grande pala dipinta da Vincenzo Berrettini autore poco noto di ambito romano.

Un portale marmoreo del Quattrocento con l’iscrizione Sacrorum Custodia porta dalla navata destra alla Sacrestia, superata la quale si accede alla Sala del Capitolo di San Lorenzo. Questa sala, originariamente parte dell’appartamento privato del cardinale Riario, conserva alcuni armadi lignei contenenti preziosi parati ecclesiali dei secoli XVIII e XIX. Le lunette del soffitto di quest’ambiente presentano una ricca decorazione a grottesche databile ai primi anni del Cinquecento.

Per tornare poi all’interno del Palazzo della Cancelleria va ricordato che nell’Appartamento Cardinalizio si trova la Cappella del Pallio con affreschi e stucchi di Francesco Salviati risalenti al quarto-quinto decennio del Cinquecento.

Vale la pena infine citare una famosa leggenda riguardante la sala così detta dei Cento Giorni perché affrescata da Giorgio Vasari tra il 16 agosto e il 23 novembre del 1546, in cento giorni appunto.

Si racconta che papa Paolo III Farnese un giorno d’agosto chiese all’artista di dipingere un salone della Cancelleria con scene raffiguranti i fasti della sua potente famiglia alla condizione che l’opera fosse pronta in cento giorni.

Vasari accettò e per tenere fede all’impegno si servì, per completare il lavoro, dell’aiuto di numerosi allievi e garzoni. Riuscì così a terminare in tempo secondo il volere del papa. Ora, racconta la leggenda che Vasari si sarebbe vantato di questo suo stupefacente e brevissimo lavoro niente meno che con il divino Michelangelo, il quale per tutta risposta, invece di compiacersene con l’autore, gli avrebbe risposto con grande sufficienza: “ Si vede bene”.

Questa la leggenda: in realtà lo stesso Vasari espresse al termine dell’opera la sua insoddisfazione per essersi fidato dell’aiuto di così tante mani nel colorire le sue figure e espresse il proposito di non ricorrere mai più all’opera d’altri.

Ma, nonostante la leggenda, vera o falsa che sia, le scene con le glorie dei Farnese che ricoprono le pareti del lungo salone alla Cancelleria sono un notevole risultato del primo Manierismo romano. Hotel con vista Roma - Hotel vicino Stazione Termini di Roma oppure  Alberghi vicino Villa Borghese - Disponibilità Hotel Roma

 

 

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