Canonizzazione Santificazione Papa Giovanni Paolo II e Papa Giovanni XXIII - Roma 27 Aprile 2014

 

 

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LA CHIESA DI SANT’ANICETO A PALAZZO ALTEMPS

 

All’interno di uno dei più bei palazzi rinascimentali di Roma, costruito alla fine del Quattrocento dalla famiglia Riario e abitato nel tempo da una serie di potenti prelati dalla vocazione collezionistica, si trova una vera e propria meraviglia.

Palazzo Altemps – ora sede del dipartimento di storia del collezionismo del Museo Nazionale Romano che comprende la collezione Ludovisi Boncompagni, la collezione egizia del Museo Nazionale Romano, la collezione Mattei, sedici sculture Altemps e pezzi provenienti da altre raccolte – era, nel 1568, divenuto la dimora e il luogo di esposizione della collezione personale del suo ultimo proprietario, il cardinale Marco Sittico Altemps che con l’intervento di Martino Longhi il Vecchio trasformò l’edificio in una vera e propria reggia.

 

La costruzione al suo interno di una cappella rientrava nella tradizione delle grandi famiglie patrizie di avere a disposizione un luogo privato di preghiera. A questa consueta motivazione si aggiunse poi l’eccezionale privilegio di potervi custodire, fra un gran numero di reliquie, anche le spoglie di Sant’Aniceto, uno dei primi pontefici.

Il duca Giovanni Angelo, nipote del cardinale Marco Sittico, aveva infatti ricevuto in dono dal cardinale Aldobrandini, suo tutore - salito al soglio pontificio col nome di Clemente VIII -, le preziose reliquie di Sant’Aniceto, che era stato papa dal 155 al 166 dopo Cristo.

Per onorare degnamente la donazione ricevuta si decise, tra il 1603 e il 1617, di trasformare la cappellina di famiglia in una vera e propria chiesa, dotata persino di cupola e di sacrestia.

 

Da una delle porte che affiancano il monumentale camino che troneggia nel salone delle feste al primo piano di palazzo Altemps si accede infatti alla chiesa, straordinariamente ricca, e completamente affrescata con dipinti con le Storie di Sant’Aniceto (il ciclo maggiore, nella navata, è dovuto ad Antonio Circignani detto il Pomarancio); fu lo stesso Giovanni Angelo a suggerire il tema iconografico: un’allegoria delle sue vicende familiari. Giovanni Angelo era nato orfano poiché il padre, Roberto Altemps, era stato condannato alla pena capitale per adulterio dal papa Sisto V. La famiglia considerava questa sentenza iniqua e mentre Marco Sittico, padre della vittima, per ricordare le suppliche inascoltate, si dedicò al culto della Clemenza, il figlio, Giovanni Angelo appunto, modificò le vicende della vita del santo (la cui tomba fu ritrovata lungo l’Appia Antica), inventandone il martirio per decapitazione illustrato nelle pitture della chiesa di palazzo.

Sopra la cornice di raccordo con la volta a botte si svolge una singolare processione: alcuni angeli bambini portano le palme e gli strumenti del martirio; la volta è decorata da Polidoro Mariottini con la Gloria di Sant’Aniceto circondato da una schiera di angioletti che portano la croce, la spada, le chiavi pontificali e quattro nastri iscritti in oro.

 

Presso l’arcone un oculo con una grata dorata aveva l’ufficio di far giungere nella chiesa le musiche e i canti che provenivano dalla soprastante sala di musica.

Il presbiterio, decorato con un ciclo mariano, dovuto sempre al Pomarancio, è inquadrato dai due evangelisti protettori di Marco Sittico e di Giovanni Angelo.

Mentre sulla volta del presbiterio - sull’arco di separazione della navata - due putti alati portano la corona ducale o del martirio.

Il magnifico reliquiario, del 1612, intarsiato di marmi pregiati, è appoggiato sull’altare costituito da un’antica  vasca di giallo antico dove sono custodite le spoglie del santo. Portano la data del 1618 le tarsie marmoree nel presbiterio, le dorature, gli arredi, e i dipinti eseguiti ad olio sul muro della confessio da Ottavio Leoni che vanno a costituire il secondo ciclo di storie di Sant’Aniceto papa presente nella chiesa.

Sull’altare è una copia (eseguita nel 1915 da un pittore spagnolo) della famosa Madonna della Clemenza, l’antichissima icona del VI secolo esposta nella cappella Altemps della basilica di Santa Maria in Trastevere.

 

Dietro l’altare un’altra sorpresa: il piccolo ambiente della confessio è sovrastato da una volta lignea a botte interamente decorata, nei suoi cassettoni esagonali, con bellissime rose dai petali di madreperla.

Anche la sacrestia è molto interessante: il mobile di noce che l’arreda risale al 1614, ed è opera dei falegnami Giovan Pietro Acciari e Lorenzo Modesti che l’hanno dotato di una serratura molto particolare in grado, con una sola mandata, di muovere numerosi paletti in diverse direzioni, come in una moderna serratura di sicurezza.

Le due cappelline di cui è dotata sono: una - dedicata a San Carlo Borromeo, sul cui altare, in una teca, è conservato un frammento della sua pianeta - ha le tappezzerie originali, cinquecentesche, costituite da una mantovana di velluto e cuoio che gira intorno alle pareti, mentre in alcune vetrine sono mostrati codici musicali manoscritti, con partiture autografe composte appositamente per la cappella Altemps tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento; l’altra, ottagonale, dalla volta di stucco bianco con una delicata Gloria di Martiri fu realizzata come cappella provvisoria durante i lavori di trasformazione della chiesa.

 

Presenta una curiosità la porta della sacrestia, i cui battenti lignei sono attraversati da un bizzarro intreccio di elementi di ferro che la fanno sembrare una scultura contemporanea.

Uscendo, si può vedere, sulla balconata che sovrasta l’entrata della chiesa, un’immagine recente di Santa Cecilia.

 

 

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