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Conventi Valle Reatina: Il convento di Greccio

A partire dal 1223, anno in cui Onorio III pone il sigillo all’ultima redazione della Regola – che da quel momento prenderà il nome di bollata per distinguerla dalle altre versioni non approvate o approvate solo oralmente dal papa (come la prima la così detta Proto-Regola nel 1209-10, da Innocenzo III) – Francesco, deluso dai contrasti e dalle continue critiche che i frati eccepivano alle sue ripetute formulazioni avviate sin dal 1221 e ritenute troppo aspre e severe, difficili da seguire, entra in una profonda crisi spirituale.

La Regola finale, scritta con linguaggio seccamente giuridico e quasi totalmente privata delle fervorose e poetiche citazioni evangeliche, è ormai svuotata di tutti gli originali significati da lui voluti (non vi si parla più della cura ai lebbrosi, del lavoro manuale e del rispetto di una rigorosa povertà) e dunque non rispecchia più i suoi primi propositi; questo fa sì che  il santo si ritiri sempre più spesso negli eremi, allontanandosi volontariamente dalla compagnia degli altri fratelli.a, nonostante le amarezze, è proprio in questo 1223 che Francesco, benché già gravemente ammalato, ha un ultimo momento di pacificazione e di serenità quando a Greccio organizza una grandiosa celebrazione del Natale.

Con l’aiuto di un ricco notabile locale, Giovanni, devotissimo al santo, prepara, quindici giorni prima della ricorrenza della nascita Cristo, tutto ciò che occorre per rappresentarla dal vivo.Dice infatti all’amico di voler presentare il Bambino nato a Betlemme come se si vedesse il disagio in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu deposto in una greppia e come stette sul fieno fra il bue e l’asino.Forse, per meglio evocare la grotta della nascita, le rocce della rupe furono scavate o forse alcune cavità naturali più adatte fecero da sfondo alla scena sacra, oppure furono costruite con tronchi d’albero alcune strutture, come fossero una capanna.

Ciò che racconta Tommaso da Celano, il biografo ufficiale di Francesco, somiglia comunque molto a un meraviglioso presepe vivente, accorrono infatti: “molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte nella quale s’accese splendida la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. (…) Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali. La gente accorre e si allieta di una gioia mai assaporata prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutto un sussulto di gioia. (…) Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucarestia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima”. Anche Francesco canta e predica in un’atmosfera mistica tale, che Giovanni, il notabile suo amico, crede di avere una visione nella quale vede il santo avvicinarsi alla mangiatoia dove giace il neonato e risvegliarlo da un sonno profondo.

Tommaso da Celano interpreta questo sogno come la manifestazione simbolica del recupero della fede tiepida dei cristiani e delle carenze del clero che Francesco cerca di sanare con il suo operato. Questo l’episodio storico.Narra la tradizione che Francesco già nel 1217 iniziò a frequentare il M. Lacerone che domina Greccio. Si era costruito una capanna tra due carpini e da qui ogni tanto scendeva in paese a predicare alla popolazione che era poco religiosa. Quelle persone nonostante fossero poco sensibili si affezionarono così tanto a lui che lo pregarono di non abbandonarle. Un uomo ricco e pio, Giovanni Velita, decise allora di costruire una casa in paese per Francesco e i suoi compagni.

Francesco però non voleva accettare l’offerta; si decise soltanto a condizione che l’eremo si trovasse distante. Così, un giorno, nei pressi della porta del paese, diede a un ragazzo una fiaccola accesa ordinandogli di scagliarla e promettendo che lì dove fosse caduta avrebbe posto la sua dimora.Il tizzone trasvolando miracolosamente per due, tre chilometri andò a colpire una parete rocciosa dove fu fondato il primo ritiro e più tardi, ai tempi di S. Bonaventura, il convento.Il Convento di Greccio – situato a 635 metri e immerso in una folta selva di lecci –appare come saldato alla roccia sottostante, formando con essa uno straordinario tutt’uno che sporge a picco su un abisso. Solidi contrafforti  sostengono l’insieme di fabbricati, il cui nucleo più antico risale ai tempi di S. Francesco, il resto – successivamente ulteriormente rimaneggiati – agli anni 1260-70, quelli di S. Bonaventura da Bagnoregio che fu ministro generale dell’Ordine dal 1258 al 1274 e autore di un’altra biografia del santo, la Leggenda maggiore.

Una rigogliosa quercia, che campeggia sulla spianata al termine della strada d’accesso, sembra posta a custodia dell’edificio conventuale alla cui soglia si giunge percorrendo una cordonata.Per raggiungere la Cappella del Presepio, ricavata nella grotta che ospitò la rievocazione della Natività, si deve percorrere uno stretto corridoio.Sull’altare un affresco quattrocentesco di scuola umbra rappresenta la Nascita di Cristo e a sinistra il Presepio di Greccio tra i cui personaggi può riconoscersi il notabile Giovanni.La cucina, il refettorio e il primo dormitorio dei frati – uno spazio di dimensioni ridotte: sette metri di lunghezza per neppure due di larghezza, con la cella dove riposava il santo sulla nuda roccia –, seguono all’uscita dalla cappella; poi, salendo una scala di legno che conserva alla base, ricavata nel muro, una piccola dispensa, detta la cantina di S. Francesco, si arriva al piano superiore dove, dopo un secondo corridoio, si raggiunge una cappellina chiamata l’Oratorio di S. Bonaventura, in realtà la prima chiesa dedicata a Greccio a S. Francesco, forse addirittura risalente al 1228 anno della sua canonizzazione. Nel suo interno sono ancora presenti i rudi stalli del coro, il leggio e il supporto ligneo girevole della lanterna che serviva per illuminare le pagine del corale.

Fra le opere d’arte qui conservate: un Crocifisso ligneo del XIV secolo; all’altare una Deposizione e santi, tavola cinquecentesca di scuola umbra; alla parete sinistra un affresco raffigura il Santo a cui un Angelo annuncia la remissione dei peccati; nel coro la copia del tondo quattrocentesco del fiorentino Biagio di Antonio con la Madonna col Bambino. La volta a botte è decorata di stelle con l’immagine del Beato Giovanni da Parma (nato nel 1208, studiò a Parigi divenendo poi professore a Bologna e Napoli,  quindi governò l’Ordine francescano dal 1247 al 1257).Nell’Oratorio di san Francesco è conservata una copia d’incerta datazione del famoso ritratto di san Francesco che si terge le lacrime che, ormai perduto, si dice fosse stato eseguito poco prima della sua morte per volere della sua amica, la nobile romana Monna Jacopa dei Settesoli.

Attraversando il Coro dei Frati, dove è un Crocifisso ligneo del ‘700, si arriva al Dormitorio di S. Bonaventura formato di un corridoio di celle lignee risalenti, secondo la tradizione, al 1260-70.Dal suo fondo si raggiunge un ripiano da cui, attraverso una botola e alcuni scalini, si scende in una caverna di esigue dimensioni (m 3x1,20, alta 1,60) appena accessibili ad una persona. Qui per ben trentadue anni (1257-89), dimorò in penitenza, perché accusato di eresia, il Beato Giovanni da Parma che subì addirittura un processo celebrato a Città della Pieve da cui uscì assolto.Da questa angusta grotta si passa inaspettatamente ad una loggia che libera la vista su una magnifica panoramica della valle reatina e dei suoi laghi.Il piccolo eremo di S. Francesco si trova poco lontano dalla grotta: la cella dove secondo la tradizione Francesco si ritirava a pregare fu trasformata in cappellina da Clemente XI nel 1712.

Nel 1959 è stata costruita una chiesa moderna accanto agli antichi edifici del convento. Al suo interno vi sono opere come: un altorilievo in terracotta del Presepio di L. Venturini, del 1962; una scultura in legno dello spagnolo J. Campanja del 1925, raffigurante S. Francesco che cura i lebbrosi; mentre un Presepio con figure in legno del 1968, la Via Crucis e l’Immacolata in terracotta all’altare maggiore sono tutte opere dello scultore Lorenzo Ferri che nel 1965 ha composto un mosaico raffigurante sant’Antonio e il miracolo dell’Eucarestia, posto nella parte alta dell’atrio.Nel 1988-89 alcune vetrate del francescano Alberto Farina furono aggiunte per abbellire la chiesa: nella lunetta sulla porta posteriore è rappresentato il presepe di Greccio, mentre la vetrata più grande posta sopra di essa ritrae il perdono di Assisi; ai lati si vedono le figure di Giovanni Velita e di Jacopa dei Settesoli. Sono inoltre rappresentati il beato Giovanni da Parma, santa Chiara e san Bonaventura. Nella lunetta della porta anteriore si vede il presepio di Betlemme e sopra di esso Angelo, Rufino e Leone, i tre compagni di Francesco a Greccio.

Dal convento, con un cammino di circa due ore aggirando il bosco, si sale sino al M. San Francesco (M. Lacerone); qui, nel 1792, fu eretta una cappelletta a ricordo del luogo dove il santo più volte si rifugiò in meditazione in una capanna da lui stesso costruita.

 

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