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Il racconto delle Stimmate

Frate Leone discepolo fedelissimo, compagno, segretario e confessore di san Francesco, fu il primo a testimoniare nella Leggenda perugina e in un racconto-commento semplice e dettagliato, scritto su una pergamena (tuttora conservata nel Sacro Convento ad Assisi), la visione dell’angelo sulla Verna.

 

“Il beato Francesco, due anni prima della sua morte, fece una quaresima sul monte della Verna, ad onore della beata Vergine madre di Dio, e del beato Michele Arcangelo, dalla festa dell’Assunzione di santa Maria Vergine fino alla festa di san Michele Arcangelo di settembre; e la mano di Dio fu su di lui; dopo la visione e le parole del Serafino e l’impressione delle stimmate di Cristo nel suo corpo, compose queste Lodi, che sono scritte sul retro di questo foglio e le scrisse di sua mano, rendendo grazie al Signore per il beneficio a lui concesso”.

 

Come scrive il biografo Tommaso da Celano nella Vita seconda (integrazione della Vita prima dedicata a san Francesco), Leone era accanto al santo sulla Verna e, per scacciare la desolazione e la tristezza che lo avevano assalito vedendo Francesco in angustie, gli chiese di lasciargli una benedizione scritta che potesse portare sempre con sé come fosse un talismano.

Allora il Poverello scrisse su una pelle di capra, da una parte, parole di conforto per il compagno, e dall’altra una poesia in lode di Dio.

  

Leone poi aggiunse a questo doppio preziosissimo autografo un suo commento, asserendo che quelle parole furono ispirate a Francesco dal sollievo e dalla consolazione che l’apparizione del Serafino gli aveva dato. Il buio interiore determinato dalla profonda crisi spirituale in cui Francesco era precipitato si era finalmente dissolto aprendosi ad una soluzione illuminante.

Il problema delle stimmate di Francesco fu sollevato dopo la sua morte quando frate Elia, vicario dell’Ordine, ne comunicò l’esistenza pubblicamente. Francesco, come riferisce il suo biografo Tommaso da Celano, mai disse, durante l’ultimo periodo di vita, di avere le stimmate, né mai chiamò così le sue piaghe.

Da quel momento, comunque, questo avvenimento prodigioso fu tema di varie e controverse interpretazioni che qui non è opportuno richiamare per la loro articolata complessità.

Semplificando, si può dire che il continuo contatto con i lebbrosi, che Francesco curava amorevolmente, poteva aver causato il contagio e che quei segni non erano altro che il manifestarsi, dopo una lunga incubazione, della malattia. O forse quelle piaghe non erano altro che un’identificazione di natura mentale, non fisica…..

(per approfondire questo affascinante argomento si può leggere il bel libro di Chiara Frugoni – Vita di un uomo: Francesco d’Assisi – che illustra tesi interessantissime).

A noi basti sapere che il mistero che avvolse un simile fenomeno suscitò grandi fermenti e ispirò inoltre grandi capolavori dell’arte come il ciclo di affreschi della Basilica di Assisi.

 

Oggi è possibile vedere nel santuario, che si trova a 1128 metri, i luoghi appartati dove Francesco si ritirava in preghiera quando era qui: una grotta umida e fredda custodisce il suo letto di pietra coperto da una griglia di ferro; vi si accede a metà del così detto corridoio delle Stimmate, luminoso passaggio costruito tra il 1578 e il 1582 per collegare la Basilica alla cappella delle Stimmate. Lungo 78 metri e largo 4 fa da raccordo nell’articolato percorso del santuario: al tempo di Francesco al suo posto c’era solo un tronco d’albero che faceva da ponte sull’enorme frattura della roccia.

Un’altra cella del santo nota come “seconda cella di san Francesco” (la cappella della Croce) è situata agli estremi del convento, dopo la cappella Loddi e quella di S. Sebastiano; qui, in una capannuccia, Francesco fece la quaresima di san Michele e sempre qui, secondo le fonti, ricevette la compagnia del falco e compose la Lode a Dio e la Benedizione a frate Leone.

Subito dopo vi è la cappella delle Stimmate dove il santo si ritirava in penitenza e dove si ritiene abbia ricevuto la visione del Serafino alato.

Tutti questi luoghi sono ricavati in posizioni estreme e difficili sulle imponenti emergenze rocciose – scalpellati nel sasso vivo – per cui ci si può immaginare quale dovesse essere il primitivo aspetto del romitorio, sparso tra le balze scoscese immerse in una natura intricata di selve e di boschi.

 

La grotta abitata da frate Leone si trovava in un punto elevato della rupe, al di sopra dell’attuale cappella delle Stimmate: da lì il buon frate, custode fedele di Francesco, poteva osservarlo mentre egli si muoveva pericolosamente sugli strapiombi, vegliando che il santo, ormai quasi cieco, non incorresse in qualche incidente.

La cappella di san Bonaventura e la cappella di S. Antonio da Padova sono costruite sul fianco, rispettivamente, della cappella delle Stimmate e di quella della Croce, dalla parte del precipizio. Si chiama così l’insieme di roccioni a picco su un abisso di 70 metri. Un piccolo corridoio sospeso sul nulla permette di visitarlo e di ammirare una splendida vista sulla valle.

 

Le chiese che compongono il santuario furono edificate nel corso degli anni a partire da quella originale, S. Maria degli Angeli, costruita da Francesco con l’aiuto del conte Orlando nel 1216-18; la cappella delle Stimmate, cuore del santuario, fu edificata nel 1263 per volontà del conte Simone da Battifolle; la costruzione della Chiesa Maggiore o Basilica iniziata nel 1348 per volere del conte Tarlato di Pietramala e di sua moglie Giovanna di Santa Fiora, proprietari del castello di Chiusi, fu completata solo nel 1509. L’ampio concorso di autorevoli committenze dà la misura dell’importanza ricoperta da questo eremo nella cultura religiosa e non solo; tutte le principali famiglie, compresi i Medici di Firenze, contribuirono infatti ad arricchire di opere d’arte il convento e le sue chiese

 

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